Presentazione del libro "Il futuro della fede": relazione del Card. Vicario Angelo De Donatis

Presentazione del libro "Il futuro della fede": relazione del Card. Vicario Angelo De Donatis

10 Novembre 2018 Attualità

Innanzitutto desidero esprimere la gratitudine a Paola Bignardi per questo lavoro prezioso di ascolto e d’indagine che dona alle nostre comunità tanta fiducia, ci fa rendere conto delle possibilità di bene presenti oggi nelle parrocchie e nelle associazioni. E' denso di entusiasmo e di serena provocazione il sottotitolo del libro che raccoglie il contributo dell’Istituto Toniolo: nell’educazione dei giovani la Chiesa di domani. E’ ciò che ci ha consegnato il Sinodo ed è la convinzione ferma che ormai tale impegno educativo è decisivo per dare volto alla Chiesa, possiamo dire con coraggio che il corale impegno educativo aiuterà a dare alle nostre comunità il Volto di Cristo.  Desidero offrire alcune semplici suggestioni che affido più alla riflessione personale e che nascono in me dalla risonanza di alcune espressioni della Scrittura.

Vorrei così partire con voi da uno dei primi educatori che troviamo nel Vangelo: Giovanni il Battista! Egli aveva proprio la chiamata chiara di dover preparare la via così come deve fare ogni buon educatore!  Nel Vangelo di Matteo c’è un versetto che può apparire banale, una semplice notazione per introdurre un episodio ma che è invece di una ricchezza enorme per noi e si dice così: “Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni”: il Signore viene da Giovanni. Non poteva non farlo: immaginiamo se Gesù lo avesse lasciato gridare nel deserto, alle acque del fiume senza la Sua Presenza. Era necessario che Gesù venisse da Giovanni ed era indispensabile a quest’ultimo accoglierlo dentro la sua azione verso il Popolo. Se Gesù non fosse andato verso Giovanni, direi dentro l’identità di Giovanni e se Giovanni non lo avesse accolto, la sua azione rischiava di rimanere sterile ed infeconda. Lo stesso vale per Pietro, quando nell’Ultima Cena fa fatica a farsi lavare i piedi di Gesù: ma è necessario, indispensabile accogliere prima Lui, accogliere interamente Cristo, lasciare che s’immerga nell’acqua della nostra umanità e che si mischi con la polvere e la sporcizia dei nostri piedi: solo così Giovanni diventerà educatore, e solo così Pietro potrà educare e confermare nella fede! L’espressione, allora, di Matteo ( Gesù venne al Giordano da Giovanni) diventa per noi una lezione fondamentale: ci ricorda che non possiamo più permetterci una azione verso i giovani senza Cristo: è uno di quegli ambiti, presi anche da un entusiasmo buono e frettoloso come spesso è proprio di chi sta con i ragazzi, dove si rischia con grave pericolo di presentare un cristianesimo senza Cristo, una redenzione senza il Redentore. Ogni educatore deve contemplare la solennità, la serenità con cui Cristo viene da Giovanni: viene per riempire il servizio di Giovanni della Sua Presenza, viene per avvolgerlo del Suo Spirito e solo quando Gesù è coinvolto nelle acque della nostra umanità che si aprono i cieli: dobbiamo permettere al Signore di venirci incontro, dobbiamo accoglierLo di nuovo dentro il nostro servizio e faremo una pastorale giovanile che avrà il cielo aperto, che sarà feconda. Se Gesù non fosse venuto da Giovanni, se Pietro non avesse permesso a Gesù di lavargli i piedi il loro servizio non avrebbe avuto futuro. Il futuro della fede, per usare il titolo del libro, è se permettiamo a Cristo di entrare di nuovo, di venire ad avvolgere ogni spazio del nostro servizio: bisogna che s’immerga nella nostra umanità di educatori, bisogna che Egli venga ai nostri piedi per essere totalmente mondi, perché sia un servizio dove tutto di noi è impregnato della Sua Persona e così offriremo ai giovani un’esperienza totale: non offriremo più dei pezzi e dei frammenti che se pure buoni rischiano di rimanere senza identità.

Un’altra educatrice che ne sa molto di “futuro della fede” è Maria: a Cana si preoccupa del futuro, non esita a dire con chiarezza: “Non hanno più vino”, con la sincerità e la determinazione di una madre sa indicare che manca il vino dell’amore, manca la gioia. Se non hanno più questo vino, sembra dire Maria, non ci potrà essere futuro… la realtà è che ci troveremo davanti a sei anfore vuote, svuotate di amore, senza nessuna goccia di amore:si tratta di un’umanità svuotata a tal punto che non ci potrà più essere la festa;  il futuro è destinato alla tristezza. Maria è un’educatrice materna: è la Madre dal cuore aperto, come direbbe Papa Francesco nel definire la Chiesa, che proprio perché madre si preoccupa della futura fecondità, che proprio perché Madre non si concentra sul vino presente ora nei bicchieri, ma sa guardare le anfore vuote che non danno futuro. Proviamo ora a forzare un po’ la Parola e ad immaginare di dare un nome alle sei anfore vuote che attendono la pienezza della settima anfora che è l’amore di Dio. Proviamo a nominarle: quali sono le anfore vuote di noi educatori?

Penso all’anfora della nostra umanità: ci manca il vino dell’integrità. Oggi i giovani ci chiedono ( e mi pare che la precedente indagine sempre curata da Paola Bignardi e pubblicata in DIO  A MODO MIO ce lo conferma) uomini e donne autentici. L’autenticità è il vino che darà futuro alla fede. Un’umanità autentica che ha il gusto della verità. Un’autenticità che proprio perché credibile darà futuro, un’umanità che riempita dell’integrità di Cristo continuerà a contagiare. Siamo chiamati ad umanità luminose, belle che siano come una lampada non nascosta, ma messa sopra il lucerniere perché faccia luce in tutta la casa, abbiamo bisogno di umanità feconda e non dobbiamo correre il rischio di andare a sotterrare il talento dell’umanità per paura, continuando a fare cose buone, che non sorgono da un terreno materno di un’umanità sana, dal cuore di educatori integri interiormente, unificati all’interno e capaci di un’azione così veramente lucida e precisa  verso i giovani.

La seconda anfora è quella delle relazioni: anche quell’anfora la dobbiamo riempire di vino nuovo. Si tratta di un ambito che tocca la nostra affettività, lo stile ecclesiale dentro le nostre comunità, il nostro modo di trasmettere il Vangelo. Non preoccupiamoci di una pastorale giovanile del fare, ma diventi un’azione che costruisce relazioni. Non ci preoccupi la fretta di ottenere risultati, ma facciamo meno se questo ci fa diminuire la cura delle relazioni. Si tratta davvero di dare via a cenacoli di fraternità che accenderanno di fuoco la pastorale giovanile. Non dobbiamo dimenticare che un contesto cordiale dal punto di vista delle relazioni umane sarà terreno dove il Vangelo passerà con più facilità. Mi piace incoraggiare il servizio che la Pastorale Giovanile nella nostra Diocesi sta facendo nelle prefetture: incontri semplici tra animatori ed educatori di adolescenti di uno stesso territorio. E’ un processo importante, quasi un modello pastorale, che accende sul territorio delle relazioni, che mira a creare intese e pian piano deve favorire alleanze, intercettare quanti sul territorio si occupano di quei ragazzi. La ricerca contenuta nel libro fa riferimento non solo ad animatori di giovani, ma anche a  catechisti, insegnanti, animatori dello sport e del teatro, sacerdoti… si tratta oggi nel servizio ai giovani di creare queste relazioni fraterne che vanno allargate, cercate per dare ai ragazzi contesti materni, per rendere visibile una comunità in azione. I nostri giovani, direbbe Papa Francesco, soffrono di orfananza: noi rispondiamo a questa sofferenza creando relazioni sempre più ampie che creino alleanza educativa e possano incidere per davvero nei contesti dove i nostri ragazzi vivono. Anche quest’anfora oggi ha bisogno di vino, direbbe Maria, per dare futuro alla fede.

La terza anfora mi piace chiamarla l’anfora del tempo: nel servizio ai ragazzi non dobbiamo rincorrere il tempo, quasi divorarlo. Oggi non educhiamo più al senso del tempo. La conseguenza nel servizio ai ragazzi è che siamo convinti che più esperienze consumiamo con loro  e per loro più saranno capaci di crescere. Questo sì ci svuoterà e lascerà anfore consumate e divorate dalle cose fatte e da fare: abbiamo bisogno di gustare. Ogni esperienza deve aprire ad un gusto della vita che dona dei criteri, che fa compiere dei passi in avanti, che apre all’orizzonte di scelte, che apre a scelte definitive per non rischiare di ridurre la vita ad esperienze da porre l’una accanto all’altra senza progetto, senza far uscire il vino della vocazione. Consumiamo esperienze e dimentichiamo di ascoltare il progetto di Dio. L’anfora del tempo come direbbe Papa Francesco, ci ricorda che più che dominare spazi, abbiamo urgenza di innescare processi.

La quarta anfora è quella della formazione: non possiamo permetterci di non formarci. Formarsi non è solo acquistare competenze, tecniche e possedere conoscenze di itinerari e avere mappe orientative. Formarsi è decidere di convertirci sul serio. La formazione richiede ripetizione, richiede lavoro su se stessi: è bello dare alla cura dei giovani il primato della formazione degli educatori. Una pastorale giovanile non deve rispondere alla domanda: cosa facciamo per i giovani oggi? Ma deve chiedersi: dove mi trovo come educatore e come posso portare il Vangelo ai ragazzi. Nella nostra Diocesi siamo partiti quest’anno dalla domanda: Dove sei? Qui si colloca l’origine della formazione. Sentiamo su di noi la forza dello sguardo paterno di Dio e della sua voce: c’invita a fare memoria di chi siamo, a scoprirci di fatto amati e dentro quest’ambiente dove siamo collocati che saremo capaci di proporre, di compiere, di accompagnare.  Il “Dove sei?” è la domanda vera che metterà in moto il nostro agire. Non possiamo permettere che rimanga vuota l’anfora della formazione. Essa rischia più di tutte: il vuoto formativo è vuoto di fede, è aver perso la priorità di lasciarci tessere nell’intimo dall’unico formatore che è lo Spirito Santo.

La quinta anfora è quella della preghiera: saranno decisivi per il futuro della fede educatori che vivono in perenne relazione con il Signore. Non si tratta di parlare di una dimensione isolata, spirituale; ma essere uomini e donne di preghiera è mettere tutta la vita sotto l’azione dello Spirito. Ciò richiede cura di tempi e di spazi dove siamo in contatto con la Parola di Dio, dove ci nutriamo, dove troviamo luce per il cammino, dove sapremo trovare luce dai consegnare ai nostri ragazzi. Qui risiede la nostra creatività. Nella pastorale giovanile si parla di continua creatività e forse i giovani esigono da noi questa caratteristica. Ci chiedono novità. Noi non ci svuoteremo di creatività se non perderemo l’abitudine a stare con il Signore, I più grandi creativi sono stati i mistici, perché sarà una creatività che non seguirà logiche mondane, ma è una creatività che trova la sua origine dentro la nostra relazione con la Trinità. Quando un educatore, umanamente integro, si mette in relazione continua con il Padre, il Figlio e lo Spirito ha garantita a sua creatività: non può avere dubbi. Non accada di offrire ai ragazzi cose buone dentro i contorni del mondo: le cose buone troverebbero in quella mondanità la loro insufficienza. Spesso abbiamo più curato il contorno mondano che la sostanza del dono.

La sesta anfora potrei chiamarla quella dell’ascolto: sia prima che durante il Sinodo si è parlato molto di quest’ascolto delle nuove generazioni. La nostra Chiesa di Roma si sta preparando, pian piano, ad ascoltare il grido della nostra città e quindi anche dei nostri giovani. Ma l’anfora dell’ascolto rischia di rimanere senza vino se si riducesse ad un sondaggio. Cadiamo nel tranello che abbiamo ascoltato i giovani se facciamo inchieste su di loro oppure ci illudiamo perché l’abbiamo invitati ad un incontro dove li abbiamo fatti parlare o gridare i loro bisogni… l’ascolto nasce dal di dentro delle comunità, è un atteggiamento interiore prima ancora che cose da compiere. Ascoltarli significa essere comunità. Deve essere chiaro il soggetto che ascolta: non possiamo essere singoli o bravi animatori che cominciano ad ascoltare. E’ urgente un’attenzione corale di una comunità verso le nuove generazioni. E’ importante questa dimensione interiore e questo coinvolgimento di adulti che insieme si mettono ad ascoltare i nostri ragazzi. Mi permetto di dirvi con chiarezza che se non ci saranno comunità in ascolto, la nostra anfora rimarrà senza fede. Lo scorso anno, se ricordate, parlando degli adolescenti dissi che oggi non sono i ragazzi che si sono addormentati, ma la comunità!

E’ una comunità che genera alla fede, non sono i singoli. Il lavoro avviato in questi anni dal Servizio della Pastorale Giovanile è proprio quello di rimettere al centro la comunità nella sua interezza come il soggetto della cura dei ragazzi. Non si diventa cristiani da soli, ma dentro una comunità. E’ una comunità che genera alla fede ed è solo dentro una comunità che si darà futuro alla fede. Oggi il Sinodo è stata una provocazione in questo senso: è urgente rimettere in moto circuiti comunitari. Ecco perché è importante chiederci. Dove sei? Ecco perché è importante fare memoria. Riscoprire chi siamo ci deve dare l’entusiasmo urgente di essere Chiesa, di essere costruttori continui di comunità. Oggi ciò esige un supplemento di santità. Non a caso Papa Francesco ci ha regalato il bellissimo testo Gaudete ed exultate. Ci viene chiesto un supplemento di santità che sarà il vino che verrà a riempire le nostre anfore.

C’era una bellissima espressione di Vittorio Bachelet, che è stato presidente dell’Azione Cattolica; diceva: “A noi non interessa fare bella l’Azione Cattolica, ma la Chiesa”! Dovremmo trasportare la cosa e dire oggi: non c’interessa fare bella la pastorale giovanile, ma la Chiesa. Perché solo così daremo futuro alla fede nostra e dei ragazzi. E dopo il Battista e Maria, mi permetto di indicare Gesù educatore con i Dodici: non ha mai fatto perdere loro la memoria della chiamata, ha sempre mantenuto alta la temperatura vocazionale, e come con i due di Emmaus, si è messo accanto: più che convincerli ha condiviso il loro vissuto.

Oggi abbiamo bisogno più di condividere che di convincere, più di narrare che di trasmettere, più di gustare che di consumare.

Penso che solo così la nostra azione verso i giovani sarà ricca di unzione, sarà abbondante, sarà ricca di pienezza, A noi il compito che ci ha affidato Papa Francesco che ebbe a dire con chiarezza di non isolare i giovani: “ Se li isoliamo togliamo loro l’appartenenza. E se togliamo loro l’appartenenza togliamo loro le radici”, ma sentiamo chiaro quello che lo scorso Maggio ha detto alla nostra Diocesi: “ le comunità diventino capaci di generare un popolo… capaci di offrire e generare relazioni nelle quali la nostra gente possa sentirsi conosciuta, riconosciuta, accolta, benvoluta: parte non anonima di un tutto. Un Popolo  in cui si sperimenta una qualità di rapporti che è già l’inizio di una Terra Promessa, di un’opera che il Signore sta facendo per noi e con noi”!

Ufficio per la Pastorale Giovanile
della Diocesi di Roma

Piazza Giovanni Paolo II, 6 - 00184 Roma
06 69886447
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